venerdì 12 agosto 2011

David Cameron: "Impedire di comunicare tramite questi siti internet"

Foto di Wired.it
È possibile che l'Inghilterra, un governo democratico repubblicano de facto (monarchia parlamentare), possa mettere in discussione la libertà del web nel 2011? Stando alle dichiarazioni del Primo Ministro David Cameron, pare di sì. L'11 agosto alla Camera dei Comuni effettua uno statement in merito ai disordini della nazione e si sofferma sul ruolo dei social media. "La libera circolazione d’informazioni può essere usata per scopi benefici. Ma può anche essere usata per cattive azioni. E quando le persone usano i social media per scatenare la violenza, dobbiamo fermarli. Perciò stiamo lavorando con la polizia, i servizi d’intelligence e le aziende per capire se possa essere giusto impedire alle persone di comunicare tramite questi siti internet e questi servizi quando sappiamo che stanno organizzando violenza, disordine e atti criminali".
La dichiarazione lascia un po' perplessi, perché ha a che vedere con uno dei fondamentali diritti civili delle persone: quello della libertà di espressione.
Non è originale la volontà dei governi di bloccare l'utilizzo dei mezzi di comunicazione in caso di disordine. Anzi, quella di David Cameron sembra una brutta copia di quant’è successo nei primi mesi di quest'anno nel Maghreb, quando i regimi dittatoriali interruppero le comunicazioni telefoniche e tramite web. In effetti il blocco di tali servizi può creare un pericoloso precedente. Può essere davvero una prerogativa del governo quella di controllare e impedire la libera circolazione di idee? Un'altra domanda, poi, più tecnica.
È davvero possibile bloccare parzialmente un sito come Twitter? E ancora: com’è possibile bloccare le persone di cui si è sicuri che stanno utilizzando tali siti per creare violenze, disordini o atti criminali? Sulla base di quali prove empiriche? Chi sarà a controllare i post e i profili dei presunti criminali? E chi controllerà i controllori? Queste ultime domande se le pone Jim Killock, direttore esecutivo dell'Open Rights Group, dalle pagine del Guardian. "Come si può decidere se una persona sta pianificando di creare dei disordini?". E proprio su Twitter Graham Linehan, irlandese e uomo della tv, lancia una frecciata a David Cameron, scrivendo: “Se la Big Society esiste per cose come il mettere in ordine quello che i riottosi hanno distrutto, ricordatevi che non è grazie a Cameron, è grazie a Internet”. Il riferimento chiaro è al fenomeno che ha susseguito il passaggio delle rivolte: i cittadini si sono dati appuntamento tramite Twitter per organizzare la pulizia delle città.
Già, la Big Society. La community che interagisce grazie al web. Quella stessa comunità che, secondo Russel Brand, è stata sempre negata a queste giovani persone che ora rivoltano. "Liquidarli come stupidi è futile retorica. Dobbiamo chiederci perché stanno accadendo queste cose. Queste persone non hanno senso della comunità perché non ne hanno mai avuta una". E quindi trovano rifugio tra le gang e nella rete. Ma una cosa è certa, e Martin Kettle avverte, sempre dal Guardian: "Dobbiamo parlare ai rioters, non voltargli le spalle".
Chiudere le porte della comunicazione, tentare di riportare l'ordine impartendo il silenzio senza favorire il dialogo non appare una buona soluzione, e la storia, anche recente, ci porta insegnamento in merito. I dittatori che non hanno dialogato con i cittadini e hanno privato della possibilità di comunicare in maniera libera sono caduti. E soprattutto, la volontà di bloccare la Rete da parte di una potenza occidentale è una novità che mette davvero a rischio la libertà della Rete stessa. Quella Rete, bella perché libera.
L'Inghilterra non deve tornare indietro di tre secoli, al 1694, quando la pubblicazione dei testi veniva consentita solo tramite la bolla di una licenza rilasciata dal governo. E soprattutto, l'Europa non deve cadere nell'errore delle dittature africane. Non possiamo permetterci, nel 2011, di mettere ancora in discussione la libertà del web.

giovedì 4 agosto 2011

Transparency, la politica inglese apre le porte ai cittadini

La sezione Transparency 
Transparency è l'area web che permette a tutti i cittadini inglesi di "tener d'occhio" i loro rappresentanti politici e i conti pubblici. Un gesto importante, che rinnova il rapporto di fiducia politici-cittadini. Sono quest'ultimi, infatti, ad aver delegato i primi affinché possano amministrare nel migliore dei modi la cosa pubblica. E ora possono essere controllati, come si dice in gergo, "H-ventiquattro".

Ti ci perdi dentro. È il servizio che tutti i cittadini attenti vorrebbero, o almeno dovrebbero volere, perché ha a che fare, in modo particolare, con i soldi che regolarmente versano per il funzionamento della macchina statale, le entrate fiscali. È made in England. Si accede dal sito internet ufficiale dell’English P.M. Office, che in lingua inglese vuol dire Uffico del Primo Ministro Britannico: www.number10.gov.uk. La sezione specifica del servizio si chiama transparency, “trasparenza”. È costituita da sei sezioni: Business Plans, Who Does What in Whitehall, Who Ministers are Meeting, Government Contracts in Full, How Your money is Spent e Find all Government Data. Si tratta di una finestra virtuale sempre aperta su Whitehall, l’arteria principale di Westminster che è anche sede di numerosi ministeri. Ed è infatti al centro dell’impegno di quest’amministrazione di governo -lo si legge nella descrizione della pagina- una maggiore trasparenza che permetta a tutti di “tenere il conto” dei politici e degli enti pubblici. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.
La prima voce offre la possibilità di controllare lo stato di avanzamento dei lavori parlamentari, divisi per Departments e consultabili mese per mese. La seconda racchiude un impressionante volume di dati riguardanti chi fa che cosa nel governo inglese (e quanto viene pagato). Tra le informazioni, consultabili interattivamente mediante mappe navigabili, sono reperibili persino le email e i numeri telefonici di segretari e direttori di ogni ufficio. È possibile verificare chi sta alle dipendenze di chi; i responsabili, gli incarichi e le rispettive funzioni. La terza sezione è fenomenale. E’ possibile avere un resoconto dettagliato circa l’attività di tutti i ministri: incontri, ricevimenti, regali e viaggi oltreoceano. A gennaio 2011, ad esempio, David Cameron ha ricevuto in regalo dal Vice Premier della Cina un vaso, ora tenuto dal Dipartimento, il cui costo supera le 140 sterline. Non sono stati effettuati regali, invece, da parte del Primo Ministro tra gennaio e marzo 2011. Selezioniamo un incontro con il mondo giornalistico e l’editoria, tra i tanti: a maggio 2011, quello con Dominic Mohan, giornalista del Sun, per una discussione generale. O a luglio 2011, quando tocca a Fraser Nelson (uno “Spectator”), per un’intervista. Ma si può sapere persino dove fosse Cameron il 27 gennaio 2011: a Brentford. Il 14 dello stesso mese invece era a Newcastle. Insomma, i cittadini possono controllare le attività di tutti gli uomini del governo. Ma la sezione più interessante è la quarta, la più meritevole di attenzione da parte dei cittadini inglesi che pretendono di diritto di sapere come i loro “amministratori pubblici” gestiscono i loro soldi.  Prendiamo, ad esempio, i dati del Ministero della Difesa riguardanti il mese di gennaio: un centinaio di voci riguardano soltanto le specifiche spese di acquisto scorte e servizi. La stessa precisione e trasparenza vale per il Dipartimento per l’educazione, della Salute e tutti gli altri. Tutti i conti sono consultabili dai cittadini. L’ultima sezione permette di conoscere qualsiasi dato riguardante tutti i ministeri e i dipartimenti, compresi i servizi. 
Il fatto che tutti questi dati siano resi pubblici da parte del governo è una risposta non da poco, che denota serietà e lealtà nei confronti dei cittadini.
Questa politica di trasparenza è forse soltanto il frutto della tradizione delle buone maniere inglesi? È una cortesia che viene direttamente dal numero 10 di Downing street (che, ci tengono a sottolineare, consuma il 100% della sua energia da fonti rinnovabili)? No. È una rinnovata concezione del rapporto politica-cittadini. Il campo dei diritti di ogni persona si estende al controllo dei dati delle spese e delle attività che il proprio Stato produce. È un diritto, non un servizio facoltativo, una cortesia. Per una maggiore chiarezza dei conti. È l’esempio lampante della politica che apre le porte dei palazzi e dà il benvenuto ai visitatori.
Per ora è divertente perdersi dentro i tabulati inglesi e andare a snocciolare i precisissimi dati riguardanti ogni aspetto del funzionamento dello Stato, in attesa che anche i politici italiani rispondano in ugual modo ai concittadini che bussano alla loro porta.

sabato 18 giugno 2011

Anche in Italia è arrivata la primavera democratica










Il vento di democrazia, prima o poi, arriva. Dal Maghreb alla Spagna - con gli Indignados- fino in Inghilterra. In qualche modo anche in Italia, non violento ma calmo e deciso. Un po’ come aveva detto D’Azeglio, che nel 1847 scrive: “Crediamo che le soli e reali fondamenta d’un migliore ordinamento futuro [...] stia nel cercare intanto di ottener quello che è possibile, per trovarsi a portata dei mezzi de’ quali possiam disporre.”
Alla fine il vento di democrazia ha spirato anche in Italia. Non violento ma caldo, morbido e carico di voglia di partecipare. In primo luogo alle elezioni comunali e provinciali. Al di là dei risultati elettorali, che hanno visto in più casi l’incontro-scontro non tra parti politiche ma tra diverse impalcature culturali - quella del coraggioso cambiamento e quella della rigida paura, come a Milano - il dato vero e degno di rilievo è questo: ha vinto e si è affermato, dove è stato possibile, chi ha deciso di mettersi nelle mani dei cittadini. E questa è la più straordinaria delle rivoluzioni politiche in Italia, dove solamente in alcune tipologie d’elezione i cittadini possono scegliere il proprio candidato, la persona, un nome. Significativa a tal proposito è la dichiarazione del neo-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, da piazza Duomo: “Vi chiedo una cosa, fatemi una promessa: non abbandonatemi mai.
Ha vinto ancor prima il popolo delle primarie della sinistra e tra gli altri si è nettamente affermato il Movimento Cinque Stelle (10% a Bologna), che della democrazia partecipativa fa il suo caposaldo in politica. Provate a chiedere a Mattia Calise - neo-consigliere di Milano per il Movimento fondato da Grillo - di definire il suo ruolo politico: vi risponderà che è una “periferica dei cittadini in Comune”.
Vince e vincerà chi meglio saprà uscire dal palazzo e costruire il futuro politico con la partecipazione di tutti i cittadini, sempre più convinti e desiderosi di capire e definirsi, al di fuori di “quell’atteggiamento di distanza che faceva sì che i poteri potessero comprare un voto a poco prezzo, o potessero condizionare con semplici manovre pubblicitarie il voto poco prima di andare alle urne”, come ha detto in questi giorni Roberto Saviano.
Ma il vento di democrazia non ha cessato di spirare il 30 maggio. Ha proseguito fino a giugno, in vista dei quattro referendum abrogativi del 12 e 13. E ancora una volta, il popolo ha deciso non solo di manifestare ma di manifestarsi, attraverso il più democratico dei voti, su quattro quesiti concernenti la gestione dell’acqua, il piano energetico nazionale e la giustizia. La risposta è stata chiara e potente, incontrovertibile. Ci siamo ricordati che la legge è uguale per tutti, che esistono valide e sicure alternative alla tecnologia morta e mortifera del nucleare e abbiamo deciso che possa essere ancora possibile scegliere a chi affidare la gestione dell’acqua del nostro paese: a società pubbliche, miste pubblico-private o private. Con i dati alla mano, ci siamo ricordati che a Parigi, ad esempio, la privatizzazione dell’acqua ha portato un aumento dei prezzi e all’inefficienza del servizio, mentre ora le cose vanno meglio da quando L’ “Eau” è tornata a essere “de Paris”, cioè pubblica.
Quattro voti civili, non partitici. La campagna vera è stata organizzata da persone, da ragazzi e ragazze che in veste di cittadini hanno informato i loro concittadini. Come a Castelbuono, in Sicilia (Pa), dove l’acqua è davvero un bene prezioso: il comitato locale per l’acqua pubblica era in piazza Margherita, il cuore del paese, e uno degli organizzatori, Emanuele Ferraro, mi disse che il loro obiettivo era “smuovere i cittadini, specie i più anziani, che vogliono che l’acqua rimanga pubblica ma non se la sentono di andare a votare”.
Nel paese, la percentuale di voto per il primo quesito sull’acqua è stata, alla fine, del 61,64%. I si il 97,39%.
Quattro leggi o parti di legge che sono state spazzate via dalla volontà popolare. La stessa volontà di cui erroneamente si incensa il presidente del Consiglio quando tenta di legittimare qualsiasi atto politico o uso del suo potere.
Il significato politico è consequenziale all’espressione del voto referendario, che altro non è stato che una verifica della sintonia tra esecutivo ed elettorato. Tutte e quattro le leggi erano state presentate da questo Governo e immancabilmente sono state bocciate. Nel voto appare chiara ancora una volta la volontà dei cittadini di richiedere un futuro costruito diversamente da quanto viene proposto dai palazzi. E quando un Governo non è più capace di rappresentare la maggioranza del paese, forse è il caso che si metta da parte.

venerdì 17 giugno 2011

Tutti in piedi

Ieri sera anche questo blog ha potuto trasmettere in diretta la trasmissione Tutti in piedi!, con Michele Santoro, Roberto Benigni, Elisa Anzaldo, Maurizio Crozza, Serena Dandini, Teresa De Sio, Antonio Ingroia, Max Paiella, Daniele Silvestri, Subsonica, Marco Travaglio, Vauro e molti altri.
Cliccando qui è possibile rivedere tutti i contenuti della serata.

mercoledì 1 giugno 2011

Nascita della mafia tra leggenda e documenti storici

La leggenda vuole che la mafia nasca molto lontano nello spazio e nel tempo. Nei primi anni del 1400 in Spagna venne fondata un’associazione criminale nota con il nome di Garduña. Era una vera e propria società segreta dedita alla rapina, al sequestro di persona e agli “omicidi su commissione”. Da Toledo, cuore della Penisola iberica, attorno al 1412 si staccò una piccola cellula costituita da tre fratelli uniti da legame di sangue. Erano i cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso, spinti alla fuga dopo che ebbero lavato nel sangue l’onore della sorella, violata da un signorotto locale. Giunsero a Favignana, al margine più occidentale della Sicilia, di fronte a Trapani.

Osso, legato particolarmente a San Giorgio, si fermò nell’isola e fondò la mafia. Carcagnosso, protetto da San Michele, si diresse in Calabria e fondò la ‘ndrangheta. Infine Mastrosso, devoto alla Vergine Maria, si spinse temerariamente in Campania e fondò la camorra. Tutti e tre impartirono regole ferree a queste nuove organizzazioni, e stabilirono i rispettivi codici segreti, cominciando a fare proselitismo e a reclutare nuovi affiliati. Fu il leggendario inizio, legato a storie che affondano le radici in profondi valori quali l’onore, il rispetto e la nobiltà d’animo.

La prima occasione storica in cui venne utilizzato il termine “mafia” ebbe luogo nel 1865, in forma scritta, con un rapporto del capo procuratore di Palermo Filippo Antonio Gualtiero. L’Italia era politicamente unificata da cinque anni (1) e fu questo il periodo in cui i ceti dirigenti cominciarono a ricevere notizie dettagliate riguardanti la società del Meridione. Furono redatti numerosi rapporti e inchieste che descrissero la psicologia sociale e la situazione economica delle regioni di un Sud arretrato e fondamentalmente ancora feudale. Particolarmente celebre fu un’inchiesta (2) del 1877 pubblicata da Leopoldo Franchetti (3) in collaborazione con Sidney Sonnino (4).

Il testo delinea la vera natura della mafia ai suoi albori.

Come il Franchetti constatò, il fenomeno criminale è originato da un preciso substrato culturale costituito da una diffusa mentalità che manca del concetto di una legge e di un’autorità che rappresenti e procuri il vantaggio comune (5). In altre parole la società Siciliana era basata su vincoli strettamente famigliari più che su vere leggi riconducibili a un’organizzazione politica. E’ accaduto a più di un rappresentante dell’autorità che rifiutava un favore richiestogli di sentirsi rispondere: “Lo faccia per amor mio”.


In sintesi, tutti i rapporti tra individui erano ricondotti a un interesse puramente personale che escludeva la società nel suo insieme. Quest’organismo sociale genera fedeltà e amicizia tra gli uguali e devozione da inferiore a superiore, ovvero dà luogo a rapporti clientelari patrono-cliente. Tale rapporto è ben definito da James C. Scott nel 1972 (6), in occasione di uno studio sul cambiamento politico nel Sud-est asiatico: “Può essere definito come un caso speciale di rapporto diadico (fra due persone) che implica un’amicizia largamente strumentale e in virtù della quale un individuo di uno status socioeconomico più elevato (patrono) usa la sua influenza e le sue risorse per procurare protezione e benefici, o entrambe le cose, a una persona di status inferiore (cliente); questi, da parte sua, ricambia offrendo al patrono appoggio generale e assistenza, ivi compresi servizi personali”.


Franchetti espose lo stesso concetto, con simili parole. In maniera più approfondita mise in risalto come i patroni di ogni clientela cercassero di arruolare ogni forza, fosse essa costituita da malfattori o da rappresentanti del potere giudiziario e politico. Meglio tutte e due. In questo modo era molto facile aiutare gli uni a sfuggire alle ricerche della giustizia e gli altri ad affermare il controllo sul territorio. Uno degli aspetti più paradossali delle mafie era e rimane tutt’oggi proprio quello di collaborare con categorie sociali spesso antitetiche tra loro. I metodi attraverso cui cominciarono a stipulare alleanze con le parti furono vari: il controllo e l’influenza sugli organi giudiziari comportava la conseguente affiliazione alla clientela del malfattore assolto o fatto evadere; la corruzione, l’inganno e l’intimidazione servivano a tessere rapporti con la politica e gli organi di giustizia.

Descrivendo propriamente il termine “mafia” scrisse così: quelle vaste unioni di persone d’ogni grado, d’ogni professione, d’ogni specie, che senza aver nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre unite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta da qualunque considerazione di legge, di giustizia e di ordine pubblico.

Franchetti analizzò anche le immediate conseguenze di tale fenomeno, sottolineando come un siffatto stato delle cose portasse all’immancabile espansione territoriale e numerica di queste entità. In altri termini le varie clientele si sfidarono in vere e proprie gare personali che portarono a grandi divisioni partitiche. Questo fenomeno accrebbe il desiderio e la volontà di controllo dei territori e dei Comuni locali. La mafia entrò nella politica amministrativa del luogo trasformando il patrimonio comunale in patrimonio personale e utilizzando le leggi, la cui esecuzione era affidata proprio alle autorità locali, come armi attraverso cui praticare vantaggi per se stessa.


Venne a crearsi una vera e propria scala sociale, all’interno della quale ciascuno occupava il rispettivo gradino. In basso, ancora una volta, finirono i contadini, esposti com’erano alle prepotenze di ognuno. Essi non possedevano ricchezze e l’unica improbabile difesa che possedevano era rappresentata dalle leggi. A tal proposito si riporta un esempio.

A un impiegato Piemontese addetto alla riscossione della tassa sul macinato capitò di giungere in Sicilia e di assistere all’omicidio di un uomo. Subito si precipitò a denunziare il fatto. Dopo pochi giorni le colpe vennero fatte ricadere direttamente su di lui e venne arrestato in veste d’imputato accusato di aver commesso l’omicidio. S’istruì contro di lui e furono trovate testimonianze a suo carico. Sul punto di essere condannato intervenne fortunatamente l’Autorità superiore che, avvertita per tempo, rimise sulla giusta strada il processo. Alla fine l’impiegato fu trasferito per sottrarlo al pericolo di essere assassinato. Il motivo era questo: in Italia denunciare un assassino veramente colpevole è infamia.


NOTE

  1. Ad eccezione di Roma e Veneto;
  2. L. Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, Vallecchi, Firenze 1925, pagine 44-49;
  3. Leopoldo Franchetti (1847-1917) Politico italiano, economista, filantropo, studioso meridionalista e senatore del Regno d’Italia;
  4. Sidney Sonnino (1847-1922) Politico italiano, presidente del Consiglio dei ministri del Regno (1906 e 1910);
  5. In corsivo il testo riportato;
  6. James C. Scott, Natura e dinamica della politica clientelare nell’Asia sud-orientale, in Paul Ginsborg, Salviamo l’Italia, Giulio Einaudi Editori, Torino 2010, pagina 95;
Articolo pubblicato sull'annuario "I Quaderni del Cairoli" n°25 anno 2011.

martedì 31 maggio 2011

Varese al voto

Questa nota è stata pubblicata su Facebook il giorno 13 maggio 2011.


Non lo nascondo: vedere le anziane signore in centro a Varese che rifiutano i volantini del "Partito dell'amore" (citazione) mi ha strappato un sorriso, forse di speranza.

Tra due giorni cominciano le elezioni a Varese. Pur non abitandoci, spero che possano affermarsi due persone: Alexander Mayer, vent'anni, Sinistra Ecologia e Libertà, e la candidata nella lista del Movimento Cinque Stelle, Federica D'Elia, che va all'ultimo anno di istituto tecnico ITPA, diciannove anni. Con la speranza di giovane cambiamento. Mentre Umberto Bossi e Ignazio La Russa, passeggiando per Corso Matteotti, si scambiano battute da buontemponi, sorseggiando un caffè e una Coca-Cola ("Lui è un porcone", dice il primo al secondo, e giù le risate dei militanti) e Fontana, dal suo sito, sciorina con foga tutte le belle cose realizzate in questi anni, questi ragazzi si dannano per dire la loro, proporre idee, impastarsi le mani diprogetti, affermare: "Ci siamo, adesso proviamo noi". Valore aggiunto? L'inesperienza di chi si mette in gioco. Passato prossimo contro futuro semplice.

E' di Gandhi l'affermazione: "In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica". E allora guardateli, da capo a piedi. Osservate gli sguardi, gli atteggiamenti, i vestiti; Cogliete la differenza tra una cravatta e una kefiah. Ascoltate le loro affermazioni e leggete quello che scrivono su Facebook, e ditemi chi vi piacerebbe che progettasse il vostro prossimo futuro in

città.

venerdì 6 maggio 2011

La rivoluzione energetica parte dalla Sicilia

In Italia il fotovoltaico è una realtà fattibile ed efficiente. Eʼ una fonte di energia versatile, pulita, “democratica” e sì, anche economica. E dal Sud può arrivare un grande esempio per il Nord.


Già nel 2009 la Sicilia aveva raggiunto quella che in termini anglosassoni è definita la grid parity, ovvero la soglia di equilibrio per cui i costi di produzione di energia solare erano uguali a quelli per la produzione di energia da fonti tradizionali. Questa regione dʼItalia sta letteralmente trascinando lʼintera penisola verso un traguardo eccezionale: sarà infatti la nostra nazione, secondo gli studiosi, a raggiungere per prima in Europa la grid parity a livello di tutto il territorio. E quello energetico, in Italia, è un campo davvero allʼavanguardia che permette di confrontarci e di entrare in competizione con la Germania, nostra “avversaria” agonistica in questa corsa al verde. Tra il 2007 e il 2008, la produzione di energia legata al fotovoltaico è aumentata, sul suolo nazionale, del 400%.

La Sicilia può davvero rappresentare lʼinizio di una nuova rivoluzione, la rivoluzione energetica del millennio. Come? Utilizzando al meglio ciò che ha di più prezioso e disponibile: il sole. Grazie allʼenergia fotovoltaica è infatti possibile sconvolgere la tradizionale concezione di produzione dellʼenergia.

Il tempo delle grandi centrali di produzione di massa è concluso. Le centrali a carbone vedono esaurirsi le materie prime combustibili e sono assai inquinanti. Gli impianti nucleari nascono già morti, poiché la terza, la quarta e le future generazioni migliorano e migliorerebbero solo in termini di sicurezza, certificando lʼimpossibilità di ottenere una centrale nucleare totalmente sicura e in grado di essere “assorbita”, presto o tardi, dallʼambiente naturale. Il problema delle scorie, infatti, rimane. Inoltre, episodi come quelli avvenuti a Chernobyl e a Fukushima sono manifesti tragicamente chiari dellʼinaffidabilità di tali impianti.

Il futuro dellʼenergia è pulito e democratico. Con il solare, ognuno vale uno: montati sui tetti, i pannelli catturano la luce del Sole e la riconvertono in energia elettrica capace di rendere ogni casa, ogni cellula di produzione autosufficiente. Il surplus che deriva da una grande produzione viene intelligentemente messo in circolo e condiviso con chi ne ha bisogno. In questo modo si crea una rete democratica di produzione dellʼenergia ove la piramide produttore-consumatore viene ribaltandosi del tutto. Lʼunico grande produttore non esiste più e viene soppiantato da centinaia, migliaia, milioni di piccoli produttori che si forniscono lʼenergia da sé. Eʼ un cambiamento radicale che coinvolge anche le nostre abitudini e i nostri stili di vita: Essere in un certo modo “padroni” dellʼenergia che utilizziamo comporta un diverso approccio in termini di consumo.

I picchi di produzione avvengono, con i pannelli al silicio, in estate e durante il giorno. Ciò vuol dire che gli elettrodomestici andranno fatti funzionare nelle ore diurne e di notte il consumo di energia -già basso in Italia- dovrà essere calibrato. In inverno la produzione decisamente inferiore di energia rispetto allʼestate potrà favorire un uso più attento dei riscaldamenti in modo da evitare sprechi. Sono da sfatare, infine, i miti e le ubbie popolari secondo cui gli impianti fotovoltaici siano una spesa sostenibile da pochi. Grazie agli incentivi governativi infatti è possibile assorbire il costo sulla base di tutta lʼenergia elettrica prodotta e venduta al gestore nazionale. Lo Stato remunera per ventʼanni la produzione di energia da fotovoltaico e in più un impianto di questo genere rappresenta un investimento per il futuro, che garantisce lʼindipendenza energetica e la certezza di un mondo un poʼ più pulito. Ed è dalla Sicilia, dai suoi cittadini che deve partire questo investimento, deciso e travolgente, che coinvolga man mano tutte le regioni e tutta lʼEuropa. Abbiamo a disposizione il più favorevole dei climi. Utilizziamo appieno le nostre potenzialità; siate i veri rivoluzionari che da tanto tempo mancano allʼItalia.


Articolo pubblicato su L’Obiettivo n°8 del 6 maggio 2011