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venerdì 12 agosto 2011
David Cameron: "Impedire di comunicare tramite questi siti internet"
giovedì 4 agosto 2011
Transparency, la politica inglese apre le porte ai cittadini
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sabato 18 giugno 2011
Anche in Italia è arrivata la primavera democratica

venerdì 17 giugno 2011
Tutti in piedi
Ieri sera anche questo blog ha potuto trasmettere in diretta la trasmissione Tutti in piedi!, con Michele Santoro, Roberto Benigni, Elisa Anzaldo, Maurizio Crozza, Serena Dandini, Teresa De Sio, Antonio Ingroia, Max Paiella, Daniele Silvestri, Subsonica, Marco Travaglio, Vauro e molti altri.mercoledì 1 giugno 2011
Nascita della mafia tra leggenda e documenti storici

La leggenda vuole che la mafia nasca molto lontano nello spazio e nel tempo. Nei primi anni del 1400 in Spagna venne fondata un’associazione criminale nota con il nome di Garduña. Era una vera e propria società segreta dedita alla rapina, al sequestro di persona e agli “omicidi su commissione”. Da Toledo, cuore della Penisola iberica, attorno al 1412 si staccò una piccola cellula costituita da tre fratelli uniti da legame di sangue. Erano i cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso, spinti alla fuga dopo che ebbero lavato nel sangue l’onore della sorella, violata da un signorotto locale. Giunsero a Favignana, al margine più occidentale della Sicilia, di fronte a Trapani.
Osso, legato particolarmente a San Giorgio, si fermò nell’isola e fondò la mafia. Carcagnosso, protetto da San Michele, si diresse in Calabria e fondò la ‘ndrangheta. Infine Mastrosso, devoto alla Vergine Maria, si spinse temerariamente in Campania e fondò la camorra. Tutti e tre impartirono regole ferree a queste nuove organizzazioni, e stabilirono i rispettivi codici segreti, cominciando a fare proselitismo e a reclutare nuovi affiliati. Fu il leggendario inizio, legato a storie che affondano le radici in profondi valori quali l’onore, il rispetto e la nobiltà d’animo.
La prima occasione storica in cui venne utilizzato il termine “mafia” ebbe luogo nel 1865, in forma scritta, con un rapporto del capo procuratore di Palermo Filippo Antonio Gualtiero. L’Italia era politicamente unificata da cinque anni (1) e fu questo il periodo in cui i ceti dirigenti cominciarono a ricevere notizie dettagliate riguardanti la società del Meridione. Furono redatti numerosi rapporti e inchieste che descrissero la psicologia sociale e la situazione economica delle regioni di un Sud arretrato e fondamentalmente ancora feudale. Particolarmente celebre fu un’inchiesta (2) del 1877 pubblicata da Leopoldo Franchetti (3) in collaborazione con Sidney Sonnino (4).
Il testo delinea la vera natura della mafia ai suoi albori.
Come il Franchetti constatò, il fenomeno criminale è originato da un preciso substrato culturale costituito da una diffusa mentalità che manca del concetto di una legge e di un’autorità che rappresenti e procuri il vantaggio comune (5). In altre parole la società Siciliana era basata su vincoli strettamente famigliari più che su vere leggi riconducibili a un’organizzazione politica. E’ accaduto a più di un rappresentante dell’autorità che rifiutava un favore richiestogli di sentirsi rispondere: “Lo faccia per amor mio”.
In sintesi, tutti i rapporti tra individui erano ricondotti a un interesse puramente personale che escludeva la società nel suo insieme. Quest’organismo sociale genera fedeltà e amicizia tra gli uguali e devozione da inferiore a superiore, ovvero dà luogo a rapporti clientelari patrono-cliente. Tale rapporto è ben definito da James C. Scott nel 1972 (6), in occasione di uno studio sul cambiamento politico nel Sud-est asiatico: “Può essere definito come un caso speciale di rapporto diadico (fra due persone) che implica un’amicizia largamente strumentale e in virtù della quale un individuo di uno status socioeconomico più elevato (patrono) usa la sua influenza e le sue risorse per procurare protezione e benefici, o entrambe le cose, a una persona di status inferiore (cliente); questi, da parte sua, ricambia offrendo al patrono appoggio generale e assistenza, ivi compresi servizi personali”.
Franchetti espose lo stesso concetto, con simili parole. In maniera più approfondita mise in risalto come i patroni di ogni clientela cercassero di arruolare ogni forza, fosse essa costituita da malfattori o da rappresentanti del potere giudiziario e politico. Meglio tutte e due. In questo modo era molto facile aiutare gli uni a sfuggire alle ricerche della giustizia e gli altri ad affermare il controllo sul territorio. Uno degli aspetti più paradossali delle mafie era e rimane tutt’oggi proprio quello di collaborare con categorie sociali spesso antitetiche tra loro. I metodi attraverso cui cominciarono a stipulare alleanze con le parti furono vari: il controllo e l’influenza sugli organi giudiziari comportava la conseguente affiliazione alla clientela del malfattore assolto o fatto evadere; la corruzione, l’inganno e l’intimidazione servivano a tessere rapporti con la politica e gli organi di giustizia.
Descrivendo propriamente il termine “mafia” scrisse così: quelle vaste unioni di persone d’ogni grado, d’ogni professione, d’ogni specie, che senza aver nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre unite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta da qualunque considerazione di legge, di giustizia e di ordine pubblico.
Franchetti analizzò anche le immediate conseguenze di tale fenomeno, sottolineando come un siffatto stato delle cose portasse all’immancabile espansione territoriale e numerica di queste entità. In altri termini le varie clientele si sfidarono in vere e proprie gare personali che portarono a grandi divisioni partitiche. Questo fenomeno accrebbe il desiderio e la volontà di controllo dei territori e dei Comuni locali. La mafia entrò nella politica amministrativa del luogo trasformando il patrimonio comunale in patrimonio personale e utilizzando le leggi, la cui esecuzione era affidata proprio alle autorità locali, come armi attraverso cui praticare vantaggi per se stessa.
Venne a crearsi una vera e propria scala sociale, all’interno della quale ciascuno occupava il rispettivo gradino. In basso, ancora una volta, finirono i contadini, esposti com’erano alle prepotenze di ognuno. Essi non possedevano ricchezze e l’unica improbabile difesa che possedevano era rappresentata dalle leggi. A tal proposito si riporta un esempio.
A un impiegato Piemontese addetto alla riscossione della tassa sul macinato capitò di giungere in Sicilia e di assistere all’omicidio di un uomo. Subito si precipitò a denunziare il fatto. Dopo pochi giorni le colpe vennero fatte ricadere direttamente su di lui e venne arrestato in veste d’imputato accusato di aver commesso l’omicidio. S’istruì contro di lui e furono trovate testimonianze a suo carico. Sul punto di essere condannato intervenne fortunatamente l’Autorità superiore che, avvertita per tempo, rimise sulla giusta strada il processo. Alla fine l’impiegato fu trasferito per sottrarlo al pericolo di essere assassinato. Il motivo era questo: in Italia denunciare un assassino veramente colpevole è infamia.
NOTE
- Ad eccezione di Roma e Veneto;
- L. Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, Vallecchi, Firenze 1925, pagine 44-49;
- Leopoldo Franchetti (1847-1917) Politico italiano, economista, filantropo, studioso meridionalista e senatore del Regno d’Italia;
- Sidney Sonnino (1847-1922) Politico italiano, presidente del Consiglio dei ministri del Regno (1906 e 1910);
- In corsivo il testo riportato;
- James C. Scott, Natura e dinamica della politica clientelare nell’Asia sud-orientale, in Paul Ginsborg, Salviamo l’Italia, Giulio Einaudi Editori, Torino 2010, pagina 95;
martedì 31 maggio 2011
Varese al voto
Questa nota è stata pubblicata su Facebook il giorno 13 maggio 2011.
Non lo nascondo: vedere le anziane signore in centro a Varese che rifiutano i volantini del "Partito dell'amore" (citazione) mi ha strappato un sorriso, forse di speranza.
Tra due giorni cominciano le elezioni a Varese. Pur non abitandoci, spero che possano affermarsi due persone: Alexander Mayer, vent'anni, Sinistra Ecologia e Libertà, e la candidata nella lista del Movimento Cinque Stelle, Federica D'Elia, che va all'ultimo anno di istituto tecnico ITPA, diciannove anni. Con la speranza di giovane cambiamento. Mentre Umberto Bossi e Ignazio La Russa, passeggiando per Corso Matteotti, si scambiano battute da buontemponi, sorseggiando un caffè e una Coca-Cola ("Lui è un porcone", dice il primo al secondo, e giù le risate dei militanti) e Fontana, dal suo sito, sciorina con foga tutte le belle cose realizzate in questi anni, questi ragazzi si dannano per dire la loro, proporre idee, impastarsi le mani diprogetti, affermare: "Ci siamo, adesso proviamo noi". Valore aggiunto? L'inesperienza di chi si mette in gioco. Passato prossimo contro futuro semplice.
E' di Gandhi l'affermazione: "In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica". E allora guardateli, da capo a piedi. Osservate gli sguardi, gli atteggiamenti, i vestiti; Cogliete la differenza tra una cravatta e una kefiah. Ascoltate le loro affermazioni e leggete quello che scrivono su Facebook, e ditemi chi vi piacerebbe che progettasse il vostro prossimo futuro in
città.
venerdì 6 maggio 2011
La rivoluzione energetica parte dalla Sicilia

In Italia il fotovoltaico è una realtà fattibile ed efficiente. Eʼ una fonte di energia versatile, pulita, “democratica” e sì, anche economica. E dal Sud può arrivare un grande esempio per il Nord.
Già nel 2009 la Sicilia aveva raggiunto quella che in termini anglosassoni è definita la grid parity, ovvero la soglia di equilibrio per cui i costi di produzione di energia solare erano uguali a quelli per la produzione di energia da fonti tradizionali. Questa regione dʼItalia sta letteralmente trascinando lʼintera penisola verso un traguardo eccezionale: sarà infatti la nostra nazione, secondo gli studiosi, a raggiungere per prima in Europa la grid parity a livello di tutto il territorio. E quello energetico, in Italia, è un campo davvero allʼavanguardia che permette di confrontarci e di entrare in competizione con la Germania, nostra “avversaria” agonistica in questa corsa al verde. Tra il 2007 e il 2008, la produzione di energia legata al fotovoltaico è aumentata, sul suolo nazionale, del 400%.
La Sicilia può davvero rappresentare lʼinizio di una nuova rivoluzione, la rivoluzione energetica del millennio. Come? Utilizzando al meglio ciò che ha di più prezioso e disponibile: il sole. Grazie allʼenergia fotovoltaica è infatti possibile sconvolgere la tradizionale concezione di produzione dellʼenergia.
Il tempo delle grandi centrali di produzione di massa è concluso. Le centrali a carbone vedono esaurirsi le materie prime combustibili e sono assai inquinanti. Gli impianti nucleari nascono già morti, poiché la terza, la quarta e le future generazioni migliorano e migliorerebbero solo in termini di sicurezza, certificando lʼimpossibilità di ottenere una centrale nucleare totalmente sicura e in grado di essere “assorbita”, presto o tardi, dallʼambiente naturale. Il problema delle scorie, infatti, rimane. Inoltre, episodi come quelli avvenuti a Chernobyl e a Fukushima sono manifesti tragicamente chiari dellʼinaffidabilità di tali impianti.
Il futuro dellʼenergia è pulito e democratico. Con il solare, ognuno vale uno: montati sui tetti, i pannelli catturano la luce del Sole e la riconvertono in energia elettrica capace di rendere ogni casa, ogni cellula di produzione autosufficiente. Il surplus che deriva da una grande produzione viene intelligentemente messo in circolo e condiviso con chi ne ha bisogno. In questo modo si crea una rete democratica di produzione dellʼenergia ove la piramide produttore-consumatore viene ribaltandosi del tutto. Lʼunico grande produttore non esiste più e viene soppiantato da centinaia, migliaia, milioni di piccoli produttori che si forniscono lʼenergia da sé. Eʼ un cambiamento radicale che coinvolge anche le nostre abitudini e i nostri stili di vita: Essere in un certo modo “padroni” dellʼenergia che utilizziamo comporta un diverso approccio in termini di consumo.
I picchi di produzione avvengono, con i pannelli al silicio, in estate e durante il giorno. Ciò vuol dire che gli elettrodomestici andranno fatti funzionare nelle ore diurne e di notte il consumo di energia -già basso in Italia- dovrà essere calibrato. In inverno la produzione decisamente inferiore di energia rispetto allʼestate potrà favorire un uso più attento dei riscaldamenti in modo da evitare sprechi. Sono da sfatare, infine, i miti e le ubbie popolari secondo cui gli impianti fotovoltaici siano una spesa sostenibile da pochi. Grazie agli incentivi governativi infatti è possibile assorbire il costo sulla base di tutta lʼenergia elettrica prodotta e venduta al gestore nazionale. Lo Stato remunera per ventʼanni la produzione di energia da fotovoltaico e in più un impianto di questo genere rappresenta un investimento per il futuro, che garantisce lʼindipendenza energetica e la certezza di un mondo un poʼ più pulito. Ed è dalla Sicilia, dai suoi cittadini che deve partire questo investimento, deciso e travolgente, che coinvolga man mano tutte le regioni e tutta lʼEuropa. Abbiamo a disposizione il più favorevole dei climi. Utilizziamo appieno le nostre potenzialità; siate i veri rivoluzionari che da tanto tempo mancano allʼItalia.
Articolo pubblicato su L’Obiettivo n°8 del 6 maggio 2011

