martedì 31 maggio 2011

Varese al voto

Questa nota è stata pubblicata su Facebook il giorno 13 maggio 2011.


Non lo nascondo: vedere le anziane signore in centro a Varese che rifiutano i volantini del "Partito dell'amore" (citazione) mi ha strappato un sorriso, forse di speranza.

Tra due giorni cominciano le elezioni a Varese. Pur non abitandoci, spero che possano affermarsi due persone: Alexander Mayer, vent'anni, Sinistra Ecologia e Libertà, e la candidata nella lista del Movimento Cinque Stelle, Federica D'Elia, che va all'ultimo anno di istituto tecnico ITPA, diciannove anni. Con la speranza di giovane cambiamento. Mentre Umberto Bossi e Ignazio La Russa, passeggiando per Corso Matteotti, si scambiano battute da buontemponi, sorseggiando un caffè e una Coca-Cola ("Lui è un porcone", dice il primo al secondo, e giù le risate dei militanti) e Fontana, dal suo sito, sciorina con foga tutte le belle cose realizzate in questi anni, questi ragazzi si dannano per dire la loro, proporre idee, impastarsi le mani diprogetti, affermare: "Ci siamo, adesso proviamo noi". Valore aggiunto? L'inesperienza di chi si mette in gioco. Passato prossimo contro futuro semplice.

E' di Gandhi l'affermazione: "In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica". E allora guardateli, da capo a piedi. Osservate gli sguardi, gli atteggiamenti, i vestiti; Cogliete la differenza tra una cravatta e una kefiah. Ascoltate le loro affermazioni e leggete quello che scrivono su Facebook, e ditemi chi vi piacerebbe che progettasse il vostro prossimo futuro in

città.

venerdì 6 maggio 2011

La rivoluzione energetica parte dalla Sicilia

In Italia il fotovoltaico è una realtà fattibile ed efficiente. Eʼ una fonte di energia versatile, pulita, “democratica” e sì, anche economica. E dal Sud può arrivare un grande esempio per il Nord.


Già nel 2009 la Sicilia aveva raggiunto quella che in termini anglosassoni è definita la grid parity, ovvero la soglia di equilibrio per cui i costi di produzione di energia solare erano uguali a quelli per la produzione di energia da fonti tradizionali. Questa regione dʼItalia sta letteralmente trascinando lʼintera penisola verso un traguardo eccezionale: sarà infatti la nostra nazione, secondo gli studiosi, a raggiungere per prima in Europa la grid parity a livello di tutto il territorio. E quello energetico, in Italia, è un campo davvero allʼavanguardia che permette di confrontarci e di entrare in competizione con la Germania, nostra “avversaria” agonistica in questa corsa al verde. Tra il 2007 e il 2008, la produzione di energia legata al fotovoltaico è aumentata, sul suolo nazionale, del 400%.

La Sicilia può davvero rappresentare lʼinizio di una nuova rivoluzione, la rivoluzione energetica del millennio. Come? Utilizzando al meglio ciò che ha di più prezioso e disponibile: il sole. Grazie allʼenergia fotovoltaica è infatti possibile sconvolgere la tradizionale concezione di produzione dellʼenergia.

Il tempo delle grandi centrali di produzione di massa è concluso. Le centrali a carbone vedono esaurirsi le materie prime combustibili e sono assai inquinanti. Gli impianti nucleari nascono già morti, poiché la terza, la quarta e le future generazioni migliorano e migliorerebbero solo in termini di sicurezza, certificando lʼimpossibilità di ottenere una centrale nucleare totalmente sicura e in grado di essere “assorbita”, presto o tardi, dallʼambiente naturale. Il problema delle scorie, infatti, rimane. Inoltre, episodi come quelli avvenuti a Chernobyl e a Fukushima sono manifesti tragicamente chiari dellʼinaffidabilità di tali impianti.

Il futuro dellʼenergia è pulito e democratico. Con il solare, ognuno vale uno: montati sui tetti, i pannelli catturano la luce del Sole e la riconvertono in energia elettrica capace di rendere ogni casa, ogni cellula di produzione autosufficiente. Il surplus che deriva da una grande produzione viene intelligentemente messo in circolo e condiviso con chi ne ha bisogno. In questo modo si crea una rete democratica di produzione dellʼenergia ove la piramide produttore-consumatore viene ribaltandosi del tutto. Lʼunico grande produttore non esiste più e viene soppiantato da centinaia, migliaia, milioni di piccoli produttori che si forniscono lʼenergia da sé. Eʼ un cambiamento radicale che coinvolge anche le nostre abitudini e i nostri stili di vita: Essere in un certo modo “padroni” dellʼenergia che utilizziamo comporta un diverso approccio in termini di consumo.

I picchi di produzione avvengono, con i pannelli al silicio, in estate e durante il giorno. Ciò vuol dire che gli elettrodomestici andranno fatti funzionare nelle ore diurne e di notte il consumo di energia -già basso in Italia- dovrà essere calibrato. In inverno la produzione decisamente inferiore di energia rispetto allʼestate potrà favorire un uso più attento dei riscaldamenti in modo da evitare sprechi. Sono da sfatare, infine, i miti e le ubbie popolari secondo cui gli impianti fotovoltaici siano una spesa sostenibile da pochi. Grazie agli incentivi governativi infatti è possibile assorbire il costo sulla base di tutta lʼenergia elettrica prodotta e venduta al gestore nazionale. Lo Stato remunera per ventʼanni la produzione di energia da fotovoltaico e in più un impianto di questo genere rappresenta un investimento per il futuro, che garantisce lʼindipendenza energetica e la certezza di un mondo un poʼ più pulito. Ed è dalla Sicilia, dai suoi cittadini che deve partire questo investimento, deciso e travolgente, che coinvolga man mano tutte le regioni e tutta lʼEuropa. Abbiamo a disposizione il più favorevole dei climi. Utilizziamo appieno le nostre potenzialità; siate i veri rivoluzionari che da tanto tempo mancano allʼItalia.


Articolo pubblicato su L’Obiettivo n°8 del 6 maggio 2011

lunedì 21 marzo 2011

Napolitano a Varese

Durante i mondiali di ciclismo del 2008 ne era diventata la Capitale. In questi giorni sui giornali si parlava di “covo”. In realtà stamattina Varese non aveva nulla della Lega, che ha dovuto rassegnarsi allo spirito patriottico e nazionale di migliaia di persone accorse in una via Sacco gremita per accogliere il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Tra le mille bandiere, non sono mancate le contestazioni, dirette agli esponenti del partito di Bossi (tra cui Boni, presidente del consiglio regionale e Galli, presidente della Provincia) che, cravatta verde e fazzoletto alla tasca, hanno dovuto far fronte alle urla della folla che gli incalzava a esporre coccarde tricolori, e non fazzoletti monocromi. Fanno notare che alle finestre del comune ci sono pochissime bandiere italiane, anzi solo una, quella istituzionale. Il palazzo di fronte invece sembra ridipinto da quante bandiere porta appese. Gente appollaiata sui muretti, sulle ringhiere, alle transenne arancioni: tutti in trepidante attesa del Presidente.

Mi ferma un giornalista, mi chiede: “Che valore ha per te questa giornata?” Sono impulsivo e molto diretto: “Napolitano è l’istituzione che rappresenta tutta l’Italia, unita. Oggi verrà qui a Varese, ed è come se tutta l’Italia fosse qui”. Incalza: “Ma le polemiche dei giorni precedenti, per via del tricolore rimosso dalla sede della Lega Nord?” Rispondo, ignorando completamente la polemica: “Il tricolore è la nostra bandiera, ben venga che la espongano, specie durante il centocinquantesimo dell’Unità”. “Quanti anni hai?” - “Diciotto.” - “Allora per te è ancora più importante questa giornata?” - “Certo, siamo usciti da scuola prima apposta.”

Mentre si attende alla finestra del comune qualcuno espone una minuscola bandiera, per rimediare e strappare qualche applauso. Poco dopo la ritirano e sono fischi. Riappare di nuovo un tricolore, questa volta più grande. Solo, al contrario, e sono ancora fischi: “Non sanno nemmeno qual è il verso!”. Scende da una vettura Rosi Mauro (Lega nord) in rappresentanza del Senato. Fischiatissima, si ritira subito dentro Palazzo Estense. Poco dopo esce il sindaco Fontana (Lega nord) e nemmeno a lui va meglio. Scuote la testa, con il volto un po’ amareggiato. Nel frattempo un elicottero della polizia arriva in lontananza e plana sopra il Palazzo comunale. Anticipa di qualche minuto l’arrivo della macchina presidenziale, che giunge in via Sacco, dunque davanti all’ingresso. Sono le 11.35. Cominciano ad applaudire e a cantare Mameli. Napolitano saluta dal finestrino, poi scende, saluta ancora la folla esultante. E’ accompagnato dalla moglie. Ad accoglierlo c’è anche il governatore della Regione, Formigoni. E’ un tripudio di bandiere. L’anziana coppia presidenziale, elegante, composta -e per questo di una bellezza straordinaria-, entra nei giardini. Lì Napolitano parlerà di un’accoglienza simile a quella di Torino di pochi giorni fa, del passato, di futuro della nazione, di sacrifici, di riduzione della spesa e di enorme valore storico rappresentato da questa città. Trecento bambini intonano l’inno nazionale e il Presidente ascolta con interesse. Al termine della visita riappare e questa volta raggiunge la folla per stringere qualche mano. Lo chiamano tutti: “Presidente!”; “Giorgio!” e lui risponde. Acclamato come i cantanti, alza le braccia, sorride mentre sua moglie lo aspetta per risalire sulla macchina.

Una bella giornata per Varese, piccola grande città d’Italia.

sabato 26 febbraio 2011

Il risorgimento africano

La storia ci insegna che il popolo non transige su due questioni fondamentali: il pane e la libertà di pensiero. In tal senso possiamo trovare un’interessante connessione tra gli avvenimenti di queste settimane che stanno facendo tremare il Maghreb africano e alcuni aspetti delle imprese risorgimentali italiane di metà e fine ottocento, che portarono all’unificazione italiana.

In entrambi i casi è possibile studiare come i moti di ribellione e rivoluzione siano scatenati da una situazione economica sfavorevole, dal carovita imperante e dal forte tasso di disoccupazione. In Tunisia si è parlato di “rivolta del pane”, esattamente come in Italia si parlò di prime agitazioni sociali su scala nazionale, nel 1869, a seguito dell’introduzione della tassa sul macinato, varata a pochi anni dall’unificazione per far fronte alle ingenti spese del nuovo regno. Si parlò, specie nelle campagne padane, di ribellioni violentissime represse nel sangue. Il problema era rappresentato dal fatto che la tassa colpiva le classi sociali più basse, che di solo pane si nutrivano. In quel periodo la popolazione dedita all’agricoltura rappresentava più della metà del numero totale (22 milioni di abitanti, esclusi Veneto e Lazio, non ancora annessi) e l’economia agricola stentava a decollare. La legge fu abolita soltanto nel 1884, dopo essere stata notevolmente ridotta nell’ ’80.


Altra legge, sull'aumento dei prezzi di grano e olio: a Sidi Bouzid, in Tunisia, a gennaio di quest'anno un venditore ambulante si dà fuoco, un muratore disoccupato si impicca. Il mese precedente il popolo dà fuoco a una banca e a diversi edifici pubblici, mentre la guardia nazionale reagisce sparando colpi in aria. Il culmine della crisi economica e sociale, della situazione di disoccupazione e povertà.

E’ il “bottom wind” africano, che attraversa tutto il nord africa e depone, uno ad uno, i tiranni locali. Ben Alì è fuggito all’estero e Mubarak non è più presidente dell’Egitto. In questi giorni, Muammar Gheddafi è asserragliato a Tripoli.

Ai telegiornali si sente che in tutti questi casi una delle prime mosse da parte degli uomini di potere è stata quella di togliere la possibilità alle persone di comunicare tra loro a distanza, oscurando le reti internet e cellulari. E’ stato un gesto inedito ma ricco di significato: con l’avvento della rete, “the net”, organizzarsi e organizzare le rivolte, informare e informarsi, capire e prendere posizioni è molto più facile. Per questo la popolazione è stata immediatamente privata di questa possibilità dalle rispettive “sale dei bottoni” dei governi. Una situazione innovativa, quella di Internet, che ha avuto il suo riconoscimento con la scelta di eleggere a uomo dell’anno 2010 proprio il ventiseienne statunitense Mark Zuckerberg da parte del magazine settimanale Time. La motivazione è chiara: Zuckerberg è “the Connector”, il collegatore. Grazie a Facebook gli individui condividono volontariamente le informazioni e questo dà loro l’idea di avere più potere (questa scelta ha escluso Julian Assange dalla competizione, che con Wikileaks, secondo le motivazioni del magazine, ha come finalità il depotenziamento delle grandi istituzioni attraverso una trasparenza involontaria).

Oscurando le comunicazioni i governi non solo non hanno ottenuto gli obiettivi sperati ma hanno dovuto capitolare di fronte alle rivolte già partite per le strade e nelle piazze.


La volontà di limitare la circolazione di idee, o quantomeno di controllarle, non è nuova alla penisola italiana, che sotto lo stretto controllo da parte dell’Austria vedeva soffocato, a soli dieci anni dall’inizio della sua diffusione (500 abbonati), il periodico mensile “L’Antologia”. Questa rivista sviluppò una serie di progetti educativi e tentò la collaborazione con il governo. Era il 1831 quando Leopoldo II, Granduca di Toscana, sotto pressione austriaca, impose la chiusura del mensile. La lamentela si elevò puntuale, nel 1835, da un opuscolo in lingua francese dal titolo “Fede e avvenire”. A scrivere era un fervente Giuseppe Mazzini, a carattere più generale: “La stampa? I Governi la uccidono: avete per ogni dove leggi che incatenano, censori che tormentano lo scrittore, giudici che condannano e chiudono il pensiero in una prigione. [...] Ma ponete una paese privo assolutamente di stampa, senza Parlamento o Consigli che discutano, senza giornali letterari, senza teatro nazionale, senza insegnamento popolare, senza libri stranieri. Ponete che quel paese soffra, soffra tremendamente, nelle sue moltitudini come nelle classi agiate, di miseria, d’oppressione straniera e domestica, di violazioni continue del suo principio nazionale, d’assenza di ogni sviluppo intellettuale e industriale. Che farà mai quel paese? [...] L'insurrezione, io non vedo, per quei popoli, altro consiglio possibile”.


Pane e libertà di pensiero, appunto: alcune scintille dei fuochi rivoluzionari italiani del 1800 e di quelli africani del 2000.

Così, mentre ci accingiamo a celebrare la data che sancisce il secolo e mezzo da quegli eventi, saremo un po’ più consci che quello che si sta manifestando in Africa è forse il risorgimento del ventunesimo secolo.


venerdì 4 febbraio 2011

Tensione egiziana

Nel 1981 il presidente egiziano Anwar Al-Sadat viene assassinato durante una parata militare. Gli succede Hosni Mubarak, che da allora sino a oggi ha detenuto e detiene il potere di presidente d’Egitto. All’epoca, per scongiurare ulteriori attentati, fu immediatamente approvata una legge, la cosiddetta “Emergency law”, che legalizzò la censura di stampa, estese notevolmente i poteri della politica e sospese alcuni diritti costituzionali.

Ahmed Dogmosh, che in queste ore documenta l’enorme manifestazione popolare di piazza Tahrir con fotografie e video, mentre il regime comincia a imprigionare i giornalisti e i funzionari dell’ONU abbandonano il paese in vista di una guerra civile, è stato raggiunto dal blog e cortesemente risponde ad alcune domande. Dalle risposte emerge una nazione stremata dal sistema corrotto e privatizzato dalla falsa democrazia di Mubarak, dove ancora una volta la sfera privata di un singolo intacca e sfrutta la sfera pubblica dello Stato.


Caro amico, i nostri giornali parlano di una potente forza di polizia che, a seguito di questa manifestazione e grazie a un contorto gioco di potere, ha costretto Mubarak a designare in questi giorni come vice-presidente Omar Suleiman, il capo dell’intelligence, al posto di suo figlio. Chi detiene effettivamente il potere in Egitto?

Ti posso dire che Mubarak possiede poteri speciali per governare sul popolo e sullo Stato intero. Egli sa che la nazione è d’importanza nel mondo e lui vuole mantenere il suo potere. In questi anni non ha fatto nulla per combattere un sistema di corruzione che anzi è collegato al suo personale interesse in alcuni affari interni con uomini d’affari che sono in stretti rapporti di amicizia con suo figlio. Questi uomini d’affari hanno tratto notevoli vantaggi da questo legame di amicizia per tutti questi trent’anni di governo. Inoltre hanno trovato un prezioso alleato nella Emergency law per attuare i propri interessi.

Ecco, l’Emergency law. Di cosa si tratta esattamente?

L’Emergency law è stata sviluppata in modo particolare per mantenere saldi l’autorità e il governo rappresentati dal Presidente. Inoltre prevede la soppressione di qualsiasi persona che tenti di andare contro il governo. Questa legge conferisce il diritto di entrare nella tua casa e portare in prigione le persone senza alcuna accusa o senza processo giudiziario.

Mi confermi che Mubarak è stato supportato dagli Stati Uniti nel corso di questi anni?

Mubarak ha venduto gas a Israele a un costo inferiore al 20% di quello originale. Ha fornito acciaio e cemento a Israele per la costruzione del muro di separazione a Gaza per favorire la pace con Israele. Questo è quello che l’America vuole da Mubarak.

Passando alla manifestazione pacifica di questi giorni, le notizie parlano comunque di centinaia di vittime: ci sono stati casi di violenza da parte della polizia? Si dice che la polizia infonda paura tra la popolazione per dissipare la protesta.

Sì, ci sono parecchie vittime e ti confermo la violenza da parte della polizia. Non escludo nemmeno atti intimidatori da parte della polizia stessa. Tra l’altro puoi vedere in TV alcune persone vestite in borghese che torturavano i manifestanti, durante le prime manifestazioni.

Ma quindi è la polizia a detenere il potere? E’ la polizia a determinare le azioni del Presidente?

La polizia egiziana non ha potere ma Mubarak ha utilizzato anche la polizia per occupare la sedia presidenziale.

E’ impressionante vedere così tante persone che chiedono le dimissioni di Mubarak e che la manifestazione si sta protraendo per giorni. Quanti sono i manifestanti?

Lo scorso martedì a Piazza Tahrir nel centro della città c’erano quasi due milioni e mezzo di manifestanti. Ad Alessandria c’erano un milione di persone.

Cosa chiedono i manifestanti?

Mubarak non vuole combattere la corruzione e non vuole cambiare lo status quo dell’Egitto. Un punto di partenza per il cambiamento è la cancellazione della Emergency law, che impedisce il cambiamento da molto tempo. Anche l’articolo 88 della Costituzione andrebbe rivisto, poiché attualmente rifiuta qualsiasi forma di supervisione giuridica, anche internazionale, durante le elezioni. L’articolo non è mai stato modificato.

Nel frattempo Obama lancia un appello al Presidente affinché “la transizione inizi ora”. Cosa accadrà secondo te? Mubarak ha promesso che non si ricandiderà alle elezioni: finirà con lui la corruzione? Ci sono figure politiche capaci di fare dell’Egitto una vera democrazia?

Devi capire che la corruzione non è solo in Mubarak. La corruzione parte dal Partito Nazionale Democratico. La Costituzione afferma che debba essere il partito a nominare un nuovo Presidente. In parlamento ci deve essere, presso la Camera dei Rappresentanti, almeno un membro per ogni partito politico eletto. Alle ultime elezioni il 90% dei seggi della Camera era occupato dal partito di Mubarak, grazie ai brogli elettorali.

Quindi non c’è una forte opposizione parlamentare?

Cosa vuoi dire?

Voglio dire, se mi hai detto che il 90% dei seggi è occupato dal Partito Nazionale Democratico, allora nel vostro paese c’è una sorta di dittatura, ovvero non ci sono forti partiti di opposizione. E’ vero?

Sì, non ci sono forti partiti di opposizione. In compenso ci sono membri dei Fratelli Musulmani (il maggior partito di opposizione islamico, ndr) indipendenti che sono molto popolari nel paese. Nel 2005 le elezioni furono supervisionate e i Fratelli Musulmani hanno ottenuto il 15% dei seggi.


Ok, ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato e per le informazioni che mi hai dato.

mercoledì 19 gennaio 2011

Il sogno del re

Uno si chiede perché mai dovrebbe sentir parlare sui giornali e in televisione delle prostitute del Presidente. Insomma, oggi è morto il trentaseiesimo soldato Italiano in Afghanistan. E come se questo non bastasse, il paese è in crisi economica e a rischio default per via dei duemila miliardi di debito pubblico che ci invidiano solo in Zimbabwe e in Sudan. La cultura sta crollando e la scuola annaspa. Vorrei sentire una bella intervista a Tremonti o due domande secche a Bondi e alla Gelmini, e invece mi devo sorbire i video-messaggi del Presidente del Consiglio che dice che non è vero, che non fa sesso con le minorenni perché, in fin dei conti, ha una fidanzata. Scene tragicomiche.

Mentre leggo di Karima El Mahrough, alias Ruby Rubacuori, una delle prostitute che avrebbero frequentato la villa del Presidente ad Arcore, mi immobilizzo sulla sua data di nascita: 1 novembre 1992. E' mia coetanea e io vado per i diciannove. Improvvisamente e inconsciamente mi figuro nella testa le facce delle mie compagne di classe, persone rispettabilissime, montate sul corpo di questa ragazza. Come nei fotomontaggi scadenti dei programmi satirici. Inorridisco mentre realizzo che il sistema marcio incarnato da persone vecchie, e che quindi pensavo destinato ad estinguersi nel giro di qualche anno (per questioni biologiche e cronologiche), intacca mortalmente le nuove generazioni. Queste stesse generazioni investite dai nudi televisivi, dai reality dal sesso e bestemmia facili, appartenenti a quelle reti televisive che con il rispettivo proprietario sono entrate nelle case delle migliaia e migliaia di casalinghe d'Italia cambiando radicalmente la concezione di spettacolo. Era il secolo scorso e fu gettato il seme. Oggi vediamo i primi frutti.

La squallida mercificazione del corpo femminile, la fredda concessione della personalità ricondotta a una logica di stampo clientelare del "do ut des" testimonia che il degrado dei valori e della cultura non sia dovuto soltanto ai tagli. E' una mentalità sempre più diffusa. Un' habituè. Presto sarà il metodo.

Lo squallore raggiunge i suoi apici nei momenti in cui Angelino Alfano, ministro della Giustizia, difende in televisione l'utilizzatore finale affermando che i reati sono stati commessi negli abiti di Silvio "Presidente del Consiglio", e non Silvio "uomo". Quindi la concussione e lo sfruttamento di prostituzione minorile sono giustificabili: è il capo del Governo, per giunta eletto dal popolo. I magistrati non sono eletti dal popolo e quindi non possono arrogarsi il diritto di contestare eventuali trasgressioni e commissioni di reati. Se ci tentano, "vanno puniti". La 'ndrangheta ci ha già pensato con una bomba, fatta esplodere davanti al Tribunale di Reggio Calabria il 3 gennaio 2010, a seguito delle confische ai loro beni.

E mentre ad Arcore prosegue il rito bacchico del Bunga-Bunga, il Caimano dà le spalle, seduto sul sedile posteriore della sua auto di scorta, al Palazzo di Giustizia che lentamente va in fiamme...

giovedì 13 gennaio 2011

Fratelli di sangue, fratelli d'Italia

L'Italia è, sulla carta, una nazione federale. Con la legge 42 del 5 maggio 2009, infatti, il Governo è predisposto a eseguire decreti attuativi di materia federale. Visto che quest'anno il nostro Paese festeggia i 150 anni d'Unità, vale la pena spendere qualche parola su questo argomento.
Il federalismo viene attuato per la prima volta in America sul finire del 1700, quando alcuni stati, unitisi attorno a un principio di collaborazione sovranazionale che garantisse allo stesso tempo le libertà dei singoli, diedero vita alla grande struttura sulla quale poggiano tutt'oggi gli U.S.A.
In Italia forse una delle voci più importanti che parlarono del federalismo fu quella di Carlo Cattaneo. La sua analisi non lascia scampo: questa particolare teoria politica affonda le proprie radici nel foedus, un forte patto di collaborazione, che garantisce l'unione dei singoli stati liberi ("L'unione libera che fa la forza"). La visione di un'Italia libera costituita dall'insieme dei Principati uniti ma indipendenti nelle scelte infranazionali rappresenta, secondo Cattaneo, l'unica possibilità per poter conservare la libertà stessa dall'influenza di sovrani dispotici e oppressori.
All'interno di una più vasta ottica europea, la libertà diffusa a livello locale, -affinché potesse essere meglio difesa-, avrebbe permesso di governare in funzione dei bisogni di ogni singolo popolo.
Questa concezione "pura" di federalismo è ripresa, seppur con caratteri diversi, da un'altra figura risorgimentale Italiana: Gioberti. Uomo riflessivo e moderato, espressione del neoguelfismo italiano, attribuiva all'Italia un primato internazionale: la religione. L'invito alla penisola era preciso e mirato: la conquista dell'indipendenza dallo straniero si sarebbe ottenuta solamente rapportandosi alle proprie radici, ovvero considerando quella categoria storica rappresentata dai papi in grado di guidare una confederazione Italiana insieme al regno Sabaudo.

I primi a parlare di federalismo infranazionale e non più sovranazionale in Italia sono i fondatori, a inizio '900, del Movimento per l'Indipendenza della Padania, conosciuta anche come Lega Nord. Questo movimento politico ha sostenuto e sostiene che lo stato unitario non riesca a esprimere appieno le volontà dei singoli popoli e che possa rappresentare, quindi, un ostacolo per quelle regioni che si affermano come più sviluppate, cioè quelle settentrionali.
Il consenso crescente attorno a questo movimento ha determinato la conseguente elezione dei rispettivi deputati in Parlamento e la scelta di votare leggi di base federalista infranazionale. Il federalismo fiscale, in particolar modo, si concentra sull'indipendenza e sulla responsabilità delle singole regioni in materia di gestione economica, ovvero di spese e introiti. Le regioni più virtuose avrebbero a disposizione capitali maggiori per poter pareggiare i bilanci e investire al contempo, mentre le regioni meno sviluppate sarebbero fortemente indotte alla responsabilizzazione degli organi amministrativi a causa della considerevole diminuzione dei fondi messi loro a disposizione.

In risposta a questa teoria hanno manifestato il proprio dissenso economisti (anche Tremonti disse che il federalismo fiscale è un salto a occhi chiusi), intellettuali e giornalisti.
Due figure in particolare, una storica e una contemporanea, si esprimono in maniera molto precisa:
Giuseppe Mazzini, nel programma della Giovine Italia, dichiarava fermamente che il federalismo fosse negativo in quanto capace di smembrare in molte piccole sfere la sfera nazionale, cedendo il campo alle piccole ambizioni e divenendo sorgente di aristocrazia. E quale potrebbe essere, oggi, questa forma di aristocrazia locale e ambiziosa?
Roberto Saviano risponde che quella forma di aristocrazia è oggi incarnata da un fenomeno criminale e sociale denominato mafia, e che l'Italia dovrebbe tenere conto della presenza di questo fenomeno accorgendosi che la volontà di rendere le regioni indipendenti significherebbe accentrare maggiori poteri a nuclei maggiormente circoscritti. Questi nuclei più piccoli sono assai più facili da gestire da parte di grandi organizzazioni criminali ben radicate nel territorio, come la camorra e la 'ndrangheta. Un progetto federalista si rivelerebbe anacronistico rispetto alle realtà e alle esigenze della popolazione. In tal senso, oggi come oggi è quanto mai indispensabile la presenza di uno stato unitario, di un'Italia che sia repubblicana e che non consenta ad altri stati dentro lo Stato (così sono anche definite le organizzazioni criminali mafiose) di poter prevalere ed esistere. Se lo Stato Italiano dovesse dividersi, gli altri stati nello Stato si rafforzerebbero. Distinguiamo dunque gli obiettivi storici: mentre una soluzione federalista a metà '800 avrebbe potenzialmente favorito la libertà dei popoli Italici, nel 2011 un federalismo teso al ripristino delle divisioni antiche genererebbe davvero quel distacco geografico e territoriale di un'Italia settentrionale e di un'Italia meridionale formata da bande.