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domenica 7 novembre 2010

L'omeopatia del cambiamento

"Siete davvero sicuri di voler ridare le chiavi della macchina a chi l'ha gettata nel burrone?" Con Questa frase il presidente Americano Barack Obama ha accompagnato la campagna delle Politiche di Midterm 2010. A quanto traspare dai risultati, sembrerebbe che la risposta sia uno sconfortante "sì".
Sorge spontaneo chiedersi perché in appena due anni dall'ultima elezione l'elettorato Americano abbia così pesantemente deciso di virare a destra. Anche se il Senato rimane in mano ai Democratici (53 seggi contro 46), la vera sconfitta si è giocata alla Camera: 187 seggi Democratici ma 239 seggi Repubblicani.
Quegli stessi Repubblicani accusati dagli elettori del 2008 di aver causato due guerre senza fine, la crisi economica e di non aver assistito le classi più disagiate oggi sono rieletti alla guida di uno dei due rami del Congresso.
Io credo che questo fenomeno sia da far risalire a tre cause:
1- La popolazione si aspettava il miracolo. La campagna Democratica del 2008 era fortemente incentrata sulla Speranza e sul cambiamento, e le persone ci credettero. Ora, a distanza di due anni, anche se la macchina governativa si è messa in moto, questo cambiamento non risulta ancora tanto tangibile. In altre parole gli elettori hanno voluto intraprendere un cammino senza pensare che magari i tempi sarebbero stati anche lunghi. Non vedendo grossi risultati, hanno abbandonato subito la nave. Eppure nel discorso di insediamento alla Casa Bianca, il presidente Barack Obama era stato molto chiaro: "Forse ci vorrà solo un mandato, forse due affinché potremo uscire dalla tempesta".

2- I Repubblicani, dal canto loro, hanno sfruttato l'ambiente creato dal loro operato. Usando la crisi per incutere timore e paura alle folle, si sono assicurati il voto dei conservatori e degli elettori "di sinistra" scontenti e in difficoltà. Ai Repubblicani sono state versate anche ingenti somme di denaro per finanziare le loro campagne elettorali. Questo a dimostrazione del fatto che le grandi multinazionali e le lobby, e non i cittadini semplici, traggono beneficio dai Repubblicani, che vorrebbero l'estensione della Bush Tax Cuts a tutta la popolazione, compresi i ricchi. Obama invece vorrebbe che i ricchi (reddito superiore a 250.000 dollari) paghino più tasse e i poveri meno. Ovvero vorrebbe che i contributi vengano versati in base alle possibilità di ognuno, causando l'avversità dei grandi gruppi industriali.

3- Il cambiamento è omeopatico. Un medicinale omeopatico sfrutta il pathos omoios, la "sofferenza simile". Ovvero, per risolvere una malattia impiega più tempo di un medicinale allopatico in quanto stimola la guarigione attraverso l'esposizione alla malattia nel malato. E' un po' come i cerottini per smettere di fumare: in quel caso viene messa in circolo nicotina in quantità sempre minori in modo che l'assuefazione da nicotina svanisca pian piano. Dare sempre meno vino a un ubriaco, per intenderci.
Così il cambiamento: un miracolo sociale è difficilmente realizzabile, a maggior ragione in tempi limitati. La popolazione non capisce questo. Deve dare tempo al tempo e anche soffrire e saper guadagnarsi il meglio.
Sarà per questo che la medicina omeopatica è vista con scetticismo: non dà subito risultati, ma nel tempo, strutturando una soluzione efficace e definitiva.
Uno dei peggiori fenomeni a livello politico è il repentino cambiamento di colore nelle amministrazioni. Questo comporta un continuo cambiamento di programmi e una conseguente inconcludenza di qualsiasi processo. La psicologia umana invece prevede l'abbandono di ciò che non vede funzionare, magari solo all'apparenza. Nessuno ruba, ad esempio, un cellulare vecchio in bianco e nero. Eppure le sue funzioni sono attive: telefona e invia messaggi di testo.

In una partita così importante come quella del voto politico, è giusto che le persone non si fermino mai alla superficialità. Nel sacro momento in cui si va ad apporre una croce sopra il nome del proprio partito è giusto che il singolo elettore si senta investito di un compito immane, importantissimo e carico di estreme conseguenze.
E' per questo che deve essere informato di ogni possibile causa ed effetto.
Sta scegliendo il futuro della sua nazione.

lunedì 25 ottobre 2010

La logica di Marchionne

L'altra sera ho ascoltato con particolare interesse il dialogo avvenuto a Che tempo che fa tra il conduttore Fabio Fazio e l'amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne.
L'analisi scaturita della situazione economica mondiale rispetto a quella Italiana mi ha fatto subito chiedere: è possibile che la medesima persona, lo stesso Sergio Marchionne, venga lodato per il suo lavoro e per la sua costanza dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, mentre in Italia sia fatto oggetto di polemiche da parte di esponenti politici, istituzionali e sindacati?
Ne ho discusso con mio padre, imprenditore lombardo. Egli condivide la logica dell'amministratore delegato per cui se una realtà economica non funziona è poco utile fare sì che prosegua. In altri termini, è d'accordo sulla visione di Marchionne riguardante l'impossibilità di gestione di uno stabilimento dove tre lavoratori decidono di manifestare bloccando così l'intera produzione di 1200 operai per un giorno intero. Ciò produce un danno incalcolabile, se poi si aggiunge che all'utile dell'azienda non partecipa in alcun modo la parte Italiana, che è in perdita e che si trova al centodiciottesimo posto su centotrentanove per efficenza del lavoro e al quarantottesimo per competitività del sistema industriale.
Marchionne ha definito gli episodi di manifestazioni "anarchici". Non considera possibile la democrazia e il dialogo tra le parti se queste si attaccano testardamente ai propri diritti e non sono disposti a trattare per riuscire a colmare il divario che ci separa dal resto dell'Europa.
"In base alla partita di calcio che veniva trasmessa, il 50% degli operai si assentava in malattia". Così non va. Se da una parte ci si lamenta della crisi imperante, dall'altra è necessario che ognuno si rimbocchi le maniche. Del resto, un piccolo stabilimento Polacco produce più di un grande stabilimento Italiano, e questo vuol dire che da qualche altra parte la voglia effettiva c'è.
Papà mi faceva notare come nel corso del 1900 siano fortemente migliorati i sistemi dei sindacati e a loro volta i diritti che ne conseguono. Ha evidenziato inoltre come talvolta il lavoratore medio italiano sia arrogante, barricandosi dietro i propri diritti e facendone un uso improprio: "Se un operaio non si presenta in ditta e dichiara di essere in malattia, qualora non venisse trovato in casa dalla visita legale viene subito licenziato. Non si scherza con il lavoro" aggiunge parlandomi in modo diretto.
"In Cina si produce di più perché non esistono i sindacati né tantomeno i diritti: o lavori alle loro condizioni, o non mangi. E' per questa enorme differenza di modelli che non riusciamo a far fronte ai Cinesi. Serve un equilibrio: se dalla loro parte debbono aumentare i diritti in modo da poter produrre in maniera equilibrata, dalla nostra parte è necessario saperci metterci in gioco e accettare patti tra lavoratori e datori di lavoro per l'uscita dalla crisi e la ripresa".
E mi viene in mente la proposta delle tre pause da dieci minuti al posto delle due da venti proposta proprio ieri sera dall'ad Fiat, rendendomi conto di non aver mai considerato, da quando si parla di crisi, che per uscire da una tale situazione è necessario il lavoro di tutti, e non è sufficiente pretendere e basta.
"Bisogna fare sacrifici. Tutti", conclude papà.

martedì 21 settembre 2010

Il tempo della speranza


Lunedì 20, nel Newseum di Washington, Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha tenuto, in diretta tv, una conversazione dal titolo "Investing in America", di tema economico, con un gruppo di lavoratori americani, studenti e imprenditori.

Mi ha colpito l'intervento di una donna afro-americana che ha detto: "Sono stanca di difenderti, di difendere la tua amministrazione, l'idea di cambiamento per cui ho votato. Mi hanno detto che ho votato per un uomo che stava per cambiare le cose in maniera significativa per la classe media, e io sto aspettando, sto aspettando signore. Non lo sento ancora questo cambiamento".

Un trentenne poi ha domandato al presidente: "E' dunque finito per me questo sogno americano?".

E' la delusione e la paura a prevalere nelle loro parole, e non a torto. La crisi in America è ancora molto forte e nonostante una serie di stimoli economici, che hanno potuto salvare circa 750 mila posti di lavoro tra aprile e giugno 2010, il tasso di disoccupazione è ancora molto elevato.

La speranza che portò Barack Obama alla Casa Bianca due anni fa sembra erodersi lentamente.
Le persone ci credono sempre di meno, poiché non vedono risultati tangibili.

Anche se qualche miglioramento sta avvenendo, l'America non è ripartita del tutto e non tutti hanno acquisito di nuovo il posto di lavoro, o proprio non ne hanno uno.

A queste persone il Presidente americano ha risposto, con una limpidezza incredibile: "Il mio obiettivo qui non è convincervi che ogni cosa sia dove è necessario che sia. Ma sto dicendo che ci stiamo muovendo nella giusta direzione".

I dati tecnici diffusi dal sito recovery.gov fanno pensare bene, e allo stesso tempo le parole di Obama sono molto apprezzabili. La sincerità, si sa, non basta, ma per lo meno aiuta.
Il Presidente conferma il fatto che la via intrapresa è quella giusta, ma è necessario del tempo per risolvere la situazione creatasi in precedenza. Quella famosa situazione di cui parlavo nel post precedente.
Bisogna rimboccarsi le maniche e mantenere la speranza.

Ma la domanda che rimane è: Quanto dura il tempo di una speranza?

giovedì 16 settembre 2010

Elezioni di mid-term 2010


Ho visitato gran parte dei siti web delle campagne elettorali dei candidati al Senato, alla House e come governatori. L'ho fatto in vista delle elezioni di mid-term di Novembre e devo dire che ho notato una cosa davvero particolare:
Mentre i siti blu dei Democratici spingono all'ottimismo e al proseguimento dei lavori intrapresi, i siti rossi Repubblicani violentano i visitatori con dati e numeri e immagini talvolta psichedeliche che sembrano avere l'intento di far cadere le sicurezze circa il lavoro svolto dall'amministrazione Obama. Lavoro, peraltro, che secondo i grafici pubblicati dal sito whitehouse.org certifica una chiusura dell'emorragia di posti di lavoro e impronta un netto miglioramento sui dati di sviluppo. Questo in modo particolare dopo la approvazione del famoso Recovery Act: un pacchetto che prevede, fra l'altro, una serie di stimoli economici che puntino alla ripresa. Il pacchetto prevede inoltre la diminuzione delle tasse per la Middle Class (che secondo l'attuale amministrazione deve diventare "strong", per far sì che anche l'America sia "strong") e l'aumento per le grandi industrie e per i "ricchi".
Allora perché incutere il terrore nei cittadini americani? Perché definire Obama un "hopeless"?
Lui, che punta molto sul "believe" e preferisce il "yes, we can" al "no, we can't", non ha niente a che vedere con i pessimismi di una destra che pare non stia proponendo, ma si stia limitando a bloccare e criticare. Proprio oggi il Presidente americano denuncia un ulteriore tentativo di opposizione dei Repubblicani alla legge sulla "middle class tax cut".
Che la paura sia più forte del sentimento della speranza? Possibile. La crisi non dà speranza. La speranza è soggettiva mentre il terrore è universale.
Ma pensiamoci: non è che i numeri pessimistici spacciati dai Repubblicani in realtà corrispondono alla situazione a cui erano arrivati durante la fine della "Bush era", e non quelli risultanti dal lavoro intrapreso dal nuovo governo?
E' possibile che i repubblicani stiano, in realtà, fondando la loro campagna sull'accusa del loro stesso fallimento?